Negli anni successivi all'Unità nazionale, mentre il mercato continua la sua attività annuale, prende corpo in Bergamo un vivo dibattito sulla destinazione d'uso del fabbricato e degli spazi: l'amministrazione e i cittadini si dividono tra l'ipotesi di una rinnovata gestione, finalizzata al rilancio del mercato e motivata dalla tutela degli interessi dell'Ospedale, e l'abbattimento definitivo quale conseguenza delle mutate esigenze commerciali ed urbanistiche, queste ultime legate al ruolo di centro cittadino assunto dall'area circostante la Fiera con il trasferimento delle sedi del potere amministrativo e statale (Prefettura, Provincia e Comune).

Successive decisioni consiliari stabiliscono che i proventi del mercato spettino al Comune (1864), l'edificio non sia ad uso esclusivo del mercato di Sant'Alessandro e che possa quindi restare accessibile tutto l'anno (1873), che i diritti dell'Ospedale siano relativi alla sola piazza Baroni in tempo di Fiera (1885) e che nel piano regolatore sia inclusa la trasformazione del complesso "per causa di igiene e di vantaggio pubblico" (1889): le deliberazioni aprono la strada alla decisione del 1906 di bandire un concorso nazionale per la ridefinizione degli spazi occupati dalla Fiera. La commissione giudicatrice (presidente l'arch. Gaetano Moretti, segretario Ugo Ojetti) ritiene che nessuno degli undici progetti presentati proponga una soluzione idonea al problema prospettico e artistico alla base del concorso e non effettua alcuna selezione.

Il 4 febbraio 1907 viene emesso un secondo bando. Tra i ventisette partecipanti risulta vincitore il progetto "Panorama", redatto dall'ingegnere Giuseppe Quaroni e dall'architetto romano Marcello Piacentini, che prevede il mantenimento dell’impianto stradale ottocentesco con uno slargo diviso dall’antica Ferdinandea, la piazza centrale con fontana, il porticato affacciato sul Sentierone ripreso anche sul lato opposto con l’inserimento di una torre, la riproposizione per le nuove costruzioni delle linee architettoniche e delle altezze, pensate per non turbare la visione panoramica dell’alta città.
Proprio quest’ultimo aspetto sembra essere quello tenuto in maggior considerazione dalla commissione nella scelta finale.

Interessi pubblici e privati impongono numerosi compromessi e sostanziali cambiamenti rispetto al progetto premiato nel 1907, ai quali Piacentini fa fronte elaborando sino agli anni venti nuove versioni e collaborando con noti ingegneri e architetti operanti a Bergamo, Luigi Angelini, Ernesto Suardo e Giovanni Muzio. L’opera congiunta di questi professionisti tra il 1912 e il 1927 e la loro capacità di dialogare con le forze economiche e l'amministrazione comunale disegnano i tratti salienti di un’area più ampia di quella occupata dal complesso fieristico, vissuta e percepita dalla cittadinanza come centro effettivo di Bergamo, spazio per attività politiche, amministrative, finanziarie, giudiziarie e artistiche essenziali, snodo di congiunzione tra le diverse parti della città, prospettiva panoramica sul monumentale abitato antico.

Acquistate le botteghe di Fiera tra il 1906 e il 1914, il Comune provvede ad abbatterle e a rendere esecutivo il progetto piacentiniano. Nel periodo 1912-1914 viene costruito il primo edificio, destinato alla Banca d'Italia. Ad esso fanno seguito la Torre dei caduti (1924), opera di Piacentini, che disegna numerose varianti prima di scegliere quella definitiva; il Credito italiano (1924), anch'esso opera di Piacentini; la Camera di commercio (1924), progettata e realizzata da Luigi Angelini; il blocco di edifici sul Sentierone (1925), opera di Piacentini definita da Luigi Angelini per le parti interne; la Banca bergamasca (1926), progettata da Piacentini ma affidata a Giovanni Muzio per l'architettura e la decorazione interna; il Palazzo di giustizia (1927), i cui lavori sono seguiti da Ernesto Suardo su progetto di Piacentini; il palazzo a destra di quello di giustizia (1927), progettato da Piacentini come nuova sede delle Poste e telegrafi.
Il ruolo primario svolto dall'architetto romano nella trasformazione dell'area su cui sorgeva la Fiera e degli spazi contigui viene riconosciuto e tramandato attraverso il toponimo assunto all'epoca dalla zona, denominata "Centro piacentiniano".

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